Andrea Jori

Arte vitale, vitale arte - Paola Artoni

Arte vitale, vitale arte

Paola Artoni

Il battito dei tamburi nel silenzio della notte, i suoni dei flauti, le onde frantumate sulla spiaggia, la luce filtrata tra le foglie mosse dal vento, il sole che scalda il viso, la brezza che tesse i capelli… gli occhi chiusi a immaginare scenari di ogni angolo del pianeta, dalla babele dei popoli alle vertigini delle montagne, dagli abissi degli oceani alla vastità dei cieli ricamati dalle nubi, le palpebre chiuse a sognare di popoli antichi, tribù, civiltà dei fiumi, nascite delle nazioni…. Un senso di vertigine prima di riaprire gli occhi e di trovarsi in una dimensione unitaria e composita al tempo stesso, come l’uomo vitruviano, come l’uomo di Leonardo con gli arti tesi a delimitare il proprio raggio di azione nel quadrato, ovvero il mondo, e a creare la circolarità, ovvero il desiderio di essere nel cosmo. Sto percorrendo, ma mi verrebbe più spontaneo scrivere vivendo, la nuova installazione di Andrea Jori, sintesi di quarant’anni di ricerca incessante dell’artista, e i pensieri si affastellano, in un labirinto per la mente e in un continuo rimando tra miti e simboli. Il ciclo della vita, Olam, il tempo infinito… ammiro il coraggio di Jori nell’affrontare un tema così complesso e controcorrente, lasciandosi condurre nei sentieri sinestetici grazie all’intervento sonoro creato per l’occasione da Matteo Bigi. Un tema che Jori ha sviluppato in un trittico, o meglio in una trilogia: il primo capitolo, intitolato “Intorno all’uomo”, presentato al Museo dei Cappuccini di Reggio Emilia, e sviluppato tra “Metamorfosi” (ovvero lo scorrere del tempo, con le età della vita, dal concepimento, inteso come sacralità della vita stessa, sino alla morte) e “Cosmogonia” (ovvero il mito delle origini, dalla materia alla vita elevata a spirito attraverso le simbologie delle religioni); il secondo capitolo “Olam” che si mostra in questa sede, ovvero il tempo infinito nel passato e nel futura, il tempo di Dio; un terzo intitolato “Hydrogen”, che sarà dedicato al tempo come energia della natura e al tempo psicologico e relativo. L’arte contemporanea rivela spesso la fatica di andare alle radici delle domande di sempre, esistenziali, manifesta una sorta di diffuso timore nei confronti della vita come della morte, preferendo piuttosto soffermarsi sulla sessualità come elemento di scandalo sociale (?) e sulla morte come spettacolarizzazione della violenza. Anche per questo penso che gli artisti come Jori oggi vivano una sorta di (sana) solitudine nella loro ricerca. In questo angolo di contemporaneità, visto da un angolo di Occidente frastagliato e confuso, il confronto con il passato culturale, con la forte eredità del passato è difficile, talvolta inibisce, e di fronte a domande da vertigine la reazione dell’artista può essere quella di chiudersi in se stesso in un rifugio edonistico per voce sola, oppure di uniformarsi nei modi e nei linguaggi. Scandaloso Jori! In lui non troviamo la vergogna, semmai percepiamo il pudore, nell’affrontare “semplicemente” quei temi che sono parte di tutti gli esseri umani, sono “semplicemente” le radici comuni, le domande di sempre, scattate nella testa dell’uomo dalla sua comparsa sul pianeta. Non solo: dimostra di non temere il confronto con l’arte orientale e pure africana, superando steccati culturali e aprendosi a un respiro a pieni polmoni. A questo punto, vista la caparbietà dell’artista, cerchiamo di codificare simboli e allegorie della “messa in scena”. Jori sceglie per la collocazione delle figure protagoniste la circolarità, un rimando al “mettersi in cerchio” senza gerarchie, al creare dialogo e condivisione, al fare comunità e all’instaurare relazioni, alla danza dell’armonia. Al tempo stesso si crea un quadrato, ovvero un rimando all’uguaglianza dei lati, ai quattro punti cardinali, agli elementi naturali alla terra, alle radici. L’artista sceglie poi gli attori protagonisti. La ricerca lo conduce a utilizzare allegorie riconducibili ai miti ancestrali pagani, ai riaffioramenti dell’inconscio e degli archetipi, alla metafora dei miti classici, per dare una lettura in chiave contemporanea del messaggio Cristologico. Il rinnovamento del linguaggio Sacro contemporaneo passa anche per questo: in un necessario ricongiungimento culturale che diventa risposta alla lacerazione e allo smarrimento attuale, una sorta di rinnovato linguaggio neoplatonico che diventa rigenerazione interiore oltre che artistica. Forse perché la terracotta riconduce l’uomo al gesto antico del plasmare la terra, in Jori si trova una spontanea vicinanza con la concretezza delle cose. Nella terra soffiata dallo Spirito prende vita l’uomo, un uomo che anela a Dio finché non riposa in Lui.

Ed eccola la terra modellata e plasmata: si parte con la Nascita di Venere, ovvero la prima parte dell’installazione dove compare una Venere nuda sdraiata, con gli occhi chiusi, affiancata da una figura rannicchiata e sovrastata da una terza figura maschile. La dea assume rimandi cristologici a partire dall’indeterminatezza del suo stato (sonno, morte, attesa di resurrezione) e, ancor prima, dalla sua nascita, resa possibile dall’incontro tra terra e cielo. L’acqua è l’elemento-chiave di questa scena, evidenziato anche da un cerchio azzurro posto di fronte alla sua figura, rimando a colei che nasce dalla spuma del mare, e poi assunto come simbolo del Sacramento del Battesimo. Venere è in terracotta metavetrata, chiara, con la pelle impreziosita da frammenti di vetro, le mani hanno i segni della Passione di Cristo e ai suoi piedi vi è un vortice che rimanda alla Genesi. È la metafora dell’amore spirituale che eleva l’anima a Dio e tende all’immortalità. La figura che la affianca è una delle Ore (come accade nel celebre dipinto botticelliano), la quale rimanda ai riti pagani ma che nel sorriso e nel curioso cappello ricorda l’ironia e la vanità del tempo. Sovrasta la scena un busto maschile: è Zefiro, colui che rende fecondo il mondo con il suo soffio e che rimanda al soffio di Dio nella Genesi. Nel suo costato si trova un volto: è quello dell’amata ninfa Clori, a simboleggiare l’unione degli opposti e la generazione vitale delle idee. Dietro a Zefiro-Clori vi è un fondale bianco, con un rimando all’incontro di cerchio e quadrato e alla geometria dell’armonia.

La seconda scena è intitolata “Transizione”: la terracotta è trattata in modo da ricordare la cromia del bronzo e un uomo è modellato con il busto nudo, indifeso, mentre dalla testa esce una lama che simboleggia l’energia del pensiero e della ricerca della mente. Alle sue spalle è un fondale cupo mentre ai suoi piedi è modellato un drappo, un lenzuolo che dà la sensazione di riportare ancora la traccia di un passaggio di un essere umano ora lontano, restituendo un’ombra malinconica di assenza e di mancanza. Il simbolo scelto per questa fase è il semicerchio verde, simbolo dell’aria.

La terza fase è incarnata da Dioniso, allusione all’energia primordiale delle pulsioni e all’ebbrezza, la “pelle” della terracotta sembra un magma incandescente mentre dalla testa scaturisce una lama di bronzo lucente, che sembra schizzare verso il mondo. È accompagnato da un fondale che ricorda il simbolo della Gorgone, con diramazioni di forze. Il simbolo è un triangolo rosso, allusione al fuoco.

La quarta fase (ma, a questo punto, è ovvio che altri percorsi di lettura sono possibili, seguendo altre corrispondenze tra le figure) è incarnata dalla Grande Madre, connotata dal colore della terracotta. La dolcissima figura femminile stringe tra le braccia il bambino, mentre tra le pieghe della veste, all’interno del busto, si intuisce la presenza di melograno, allusione alla fertilità, al pari di un utero che accoglie il nascituro, ma anche simbolo di vita eterna. La Grande madre è l’incarnazione del principio di generazione, di forza creativa arcaica, simbolo della nascita e anche della rinascita. Ai suoi piedi è adagiato un volto di bimbo che allude al puer, è il mito dell’ infanzia e dell’innocenza perduta, il fanciullo che si trova in ciascuno di noi e che preserva la corruzione dell’anima. Il simbolo che accompagna questa fase è il quadrato giallo, rappresentante la terra, mentre il fondale geometrico ricorda una visione dall’alto dei campi coltivati.

I protagonisti della installazione, risposta alla discesa nell’abisso della solitudine e dell’angoscia, sono una miscela di figurazione e di elementi astratti, con le loro declinazioni dei toni dal bronzo al bianco, e sono tutti rivolti verso il centro dell’installazione. Qui è il fulcro: un grande volto di uomo, l’allusione all’essere umano ma anche al Cristo fatto uomo, collocato entro una struttura piramidale a base quadrata e sormontato da un porta-lampada dove Jori ha inserito i simboli dell’Alfa e dell’Omega, della sessualità maschile e femminile. È questa l’unione del tutto, la sintesi universale che concentra e dà significato all’incontro degli elementi cosmici. Sul basamento delle figure esterne corre senza fine la citazione tratta da Qhoelet, scomoda memoria della vanità del passaggio umano. Solamente al centro di tutto, in Cristo, la vanitas si apre all’Eterno. Gli occhi si chiudono, riaffiorano ricordi dei colori della terra, tra generazione vitale e oblio, il vento impetuoso entra in sincronia con battito del cuore, poi è il Silenzio. Poi è la Vita Infinita, con cieli nuovi e terra nuova.

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