Andrea Jori

I cicli della vita oltre la medicina - Gabrio Zacché

I cicli della vita oltre la medicina

di Gabrio Zacchè

Consultorio UCIPEM, Mantova

I cicli o le età della vita sono un tema di grande fascino e di antica tradizione. Essi riguardano non solo lo scorrere del tempo cosmico, ma lo scorrere della nostra vita, della nostra identità personale, sottoposta al cambiamento: l’identità fuggente.

Le età della vita si distinguono fin dall’antichità classica: si va dal mito di Edipo e della Sfinge, a Pitagora e Cicerone, che avevano distinto le stagioni della vita in fasce ben precise.

I Padri della Chiesa, in particolare Ambrogio ed Agostino, hanno sviluppato questo schema in chiave simbolica ed allegorica.

I pensatori cristiani del medioevo hanno riletto le età della vita mettendole in relazione con i mesi o le stagioni, come attestano rappresentazioni figurative dell’epoca.

Le varie epoche storiche hanno generalmente privilegiato un’età e una certa periodizzazione della vita umana. Così è accaduto ad esempio che il XVII secolo ha prestato attenzione soprattutto alla giovinezza, il XIX all’infanzia e il XX all’adolescenza.

Oggi vi è un recupero delle età della vita a vari livelli del sapere: biologico, medico, demografico, psicologico, antropologico, teologico, talvolta con un taglio multidisciplinare, con l’intento di capirne risorse, passaggi, criticità e rapporti.

La medicina moderna ha fornito il proprio contributo mediante la specializzazione: neonatologia, pediatria, adolescentologia e via via fino alla geriatria. Ciò ha permesso di meglio conoscere la biologia delle varie fasi, le patologie tipiche di ogni età e di conseguenza impostare le terapie più adeguate.

La controparte di tale progresso, tuttavia, è di aver trascurato l’uomo nel suo insieme evolutivo, spezzettandolo per età, dopo averlo spezzettato per apparato. Per questo oggi è sentita la necessità di recuperare la visione di insieme dell’evoluzione umana ed in particolare le fasi di passaggio.

Un posto centrale, al riguardo, lo occupano le moderne scienze psicologiche con la loro pluralità di impostazione. In questo panorama è importante il contributo dello psicologo del comportamento e psicoanalista americano E.H. Erikson e il lavoro dello psichiatra italiano G. Abraham. Altri contributi, invece, dedicano attenzione alle singole età, ed in particolare a quella evolutiva, che oggi risultano più problematiche, senza cogliere l’interconnessione delle varie fasi.

A livello filosofico e teologico il tema manca ancora di un adeguato approfondimento, anche se negli ultimi decenni diversi autori ne hanno colto l’importanza.

Parlare delle età della vita si corre un rischio: farne delle astrazioni. Per evitarlo, è necessario avere come riferimento l’identità di un’unica vita: la vita è in divenire, ma c’è una permanenza; non c’è un assoluto passaggio.

In ambito filosofico, un autore d’obbligo per questo tema è Romano Guardini (1885-1968). Il suo volume Le età della vita è apparso per la prima volta in tedesco nel 1957, pubblicato in Italia nel 1986, ha avuto successivamente sei ristampe. “La vita” scrive Guardini con il suo argomentare piano e preciso “è sempre presente: all’inizio, alla fine e in ogni momento. Essa fonda ciascuna fase, fa si che quest’ultima possa essere ciò che è. Inversamente, ogni fase esiste in funzione della totalità e di ciascuna altra fase; danneggiando una fase si danneggia la totalità e ogni singola parte. Così, il giovane porta dentro di sé un’infanzia vissuta bene o male; l’adulto, lo slancio del giovane; l’uomo maturo, la ricchezza delle opere e dell’esperienza dell’uomo adulto; il vecchio, il patrimonio della vita intera (…) L’inizio e la fine sono dei misteri. La distinzione tra l’inizio della vita, la nascita e l’infanzia non significa che la vita prende le mosse da un punto di partenza poi lasciato dietro di sé, ma che questo punto di partenza accompagna la vita nel suo svolgimento. Inversamente, tuttavia, la fine agisce a ritroso sino al primo inizio. Del pari, l’attacco della melodia ne determina la forma in tutto il suo sviluppo successivo, così come anche la fine dà forma alla melodia percorrendone lo svolgimento a ritroso. La vita non è un affastellamento di parti, bensì una totalità che, con un’espressione un poco paradossale, è presente in ogni punto dello sviluppo”. La lettura della vita offerta da Guardini, è quindi una lettura integrata, che non separa le fasi dell’esistenza, ma le porta ad unità. La vita è come una melodia: ogni tempo ha i propri ritmi, nessun tempo può erigersi come il migliore, il meglio sta solo nell’equilibrio che la vita stessa ha conseguito.

La realtà attuale privilegia l’età adulta in quanto stagione di efficienza e produttività, come se efficienza e produttività fossero il fine dell’esistenza umana. In questa logica infanzia ed adolescenza sono semplicemente il tempo del non-ancora-adulto e la vecchiaia diventa insignificante, poiché tempo del non-più-giovane, del non-più-efficiente. Guardini, con grande sensibilità pedagogica, si oppone a questa visione: “È sbagliato fare di una precisa fase della vita lo scopo delle fasi precedenti, prescindendo dall’arroganza di una tale autoesaltazione (…) I bambini sono capaci di giocare, di creare personaggi, scene di vita, cerimonie. Dappertutto, invece, vediamo solo giocattoli che riproducono la realtà della tecnica e che in verità sono pensati per un adulto (…) Il bambino non esiste solo per diventare adulto, ma anche, anzi in primo luogo, per essere se stesso, cioè un bambino”. Circa la stagione della vecchia afferma: “In tutta la raffigurazione odierna della vita sono assenti i valori della vecchiaia, cioè la saggezza nelle sue diverse forme, i comportamenti che risultano dalla progressiva trasparenza della vita, dalla capacità di discernimento e di giudizio (…) Il misconoscimento della vecchiaia e dell’infanzia vanno di pari passo: il fatto che l’uomo diventa vecchio viene rimosso, e nasce l’immagine idealizzata dell’uomo e della donna che hanno sempre vent’anni, una raffigurazione tanto stolta quanto vile. Dall’altra parte, il bambino viene meno, al suo posto compare il piccolo adulto, una creatura nella quale si è inaridita la fonte delle energie interiori”.

In ambito teologico, il tema delle età della vita è attualmente poco studiato. L’impressione è che alla dottrina cristiana manchino ancora i concetti di carattere fondamentale per istruire una teoria delle età della vita. Un tentativo di comprensione teologica viene recentemente svolto da Giuseppe Angelici, docente presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano. Egli, in diverse occasioni si è soffermato su questa tematica, con grande attenzione alla cultura del nostro tempo ed agli aspetti concreti della relazione educativa. Il testo cui faccio riferimento, è Età della vita e pienezza del tempo. Per una antropologia drammatica. Molti ed interessanti sono gli spunti che si prestano ad un attenta riflessione. L’infanzia viene qui definita come l’età della meraviglia, come occasionalmente già riconoscevano filosofi classici come Platone ed Aristotele: proprio la meraviglia è all’inizio di ogni conoscenza; l’interesse infantile per ogni cosa, infatti, lo stupore, è ciò che rende possibile l’apprendimento. Anche nella successiva fanciullezza la meraviglia è tratto qualificante, ma diventa scoperta, presa di possesso del reale.

L’adolescenza, secondo Angelini, è l’età nella quale si manifesta col massimo della chiarezza il profilo della libertà umana. Ma la libertà, non è una facoltà naturale, è un destino che si realizza unicamente a condizione che il soggetto lo voglia. Non è una capacità scontata; “pare invece ostinatamente mancare agli uomini del nostro tempo, i quali appaiono leggeri e indecisi, quasi sospesi rispetto al loro presente, in attesa di altro che ancora dovrebbe accadere e accadendo potrebbe e dovrebbe porre fine ai dubbi”. L’adolescenza è l’età nella quale appare con particolare evidenza il nesso tra libertà e decisione. Il passaggio all’età adulta esige decisioni irrevocabili circa la propria vita: professione, famiglia ecc. La cultura presente non aiuta a decisioni definitive, di conseguenza l’adolescenza diventa interminabile. “L’adolescente fatica a diventare adulto. Più radicalmente, non desidera affatto diventarlo. La prospettiva dell’età adulta appare ai suoi occhi alla fine inevitabile, certo, ma per nulla attraente”.

La giovinezza, osserva poi il teologo, è oggi temporalmente compressa dal prolungamento dell’adolescenza e sembra addirittura cancellata. La sua caratterizzazione ideale presuppone l’aver compiuto finalmente una scelta esistenziale, aver mollato gli ormeggi della vita precedente; la virtù caratterizzante è la fortezza. Ma: “Di fatto, appare oggi sempre più difficile riconoscere documenti di questa fortezza spontanea del giovane (…) pare invece che le persone cerchino soprattutto spazi definiti e rassicuranti; cerchino precocemente un rifugio (…) Nelle ultime due età della vita, maturità e vecchiaia, la ripresa giovanile degli inizi della vita, propri dell’infanzia e della fanciullezza, mostrano la propria verità superando la prova del tempo, della stanchezza e soprattutto della delusione (…) la fortezza chiesta all’età matura assume i tratti della perseveranza”. La vecchiaia, poi, assume le forma di un compimento: “il compito della vecchiaia è la definitiva adozione della vita già vissuta”. Per il teologo Angelini, la vita umana gravita verso un tempo compiuto, cristianamente chiamato tempo della salvezza.

Anche sul versante spirituale la letteratura disponibile sul tema delle età della vita è piuttosto esigua e prevalentemente considera le singole età separatamente, privilegiando il tema dell’infanzia e quello della vecchiaia; scarsa la considerazione all’età della maturità e soprattutto al dispiegarsi del ciclo complessivo della vita, cioè al senso della successione delle età.

Recentemente il tema è stato affrontato dai biblisti R. Vignolo e P. Rota Scalabrini in una ricerca che interroga le pagine della Scrittura. Con la guida di questi autori, limitiamoci ad una lettura essenziale del salmo 90:

(…) prima che nascessero i monti,/ o fosse generato l’orbe della terra,/ da sempre e per sempre tu sei Dio!

Tu fai tornare l’uomo alla polvere, dicendo:/ “Tornate, figli dell’uomo!”./ Per te mille anni sono come il giorno di ieri/ già trascorso,/ come una veglia nella notte./ Li travolgi: sono un sogno all’alba,/ germogliano come l’erba:/ al mattino germoglia e fiorisce,/ alla sera è seccata e falciata./ (…)

Gli anni della nostra vita sono settanta,/ per i più forti ottanta,/ quasi tutti sono fatica e dolore,/ passano presto e noi dileguiamo./ (…)

Dei nostri giorni insegnaci a far conto,/ e avremo così un cuore saggio!/ (…)

Saziaci al mattino con la tua misericordia,/ esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni!/ Rallegraci per i giorni di afflizione,/ per gli anni di sventura patita!/ (…)

Consolida l’opera delle nostre mani,/ l’opera delle nostre mani consolida!

La vita dell’uomo qui appare come un ciclo paradossale, perché non può in realtà ripetersi, reiterare se stesso, ma si infrange contro il limite dovuto al finire dei giorni. Se questa affermazione è ovvia, diventa per il salmista un’occasione per riflettere sull’esistenza umana alla luce della fede. La brevità della vita appare come un qualcosa che fa parte della natura dell’uomo, così come l’ha voluto il suo Creatore. Non c’è ribellione per questo limite, nella consapevolezza che è possibile, anche nella fugacità della vita, apprezzare la bontà e scoprire il volto buono di Dio. È possibile, quindi, una lettura sapienziale del limite delle vita senza chiudere gli occhi sulla realtà.

Nella seconda parte del Salmo, la sapienza del cuore coincide con la scoperta della presenza amichevole e amorosa di Dio, proprio all’interno del limite temporale, della vita umana: Saziaci al mattino con la tua grazia: esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.

Rota Scalabrini approfondisce in particola il significato del far conto dei propri giorni: “Il saper contare i propri giorni è un dono di Dio, una grazia da chiedere. Contare i giorni significa tenerli insieme, dare loro un’unità, una coerenza, raccoglierli in una figura che è il contrario della dispersione. Questo comporta un antidoto al rischio, oggi ancor più evidente, di parcellizzazione della vita, fatta di tante tessere sconclusionate tra loro. Nel fare il conto dei giorni bisogna ritrovare l’unità di essi evidenziando perciò come il senso più vero e più profondo delle età precedenti si riproponga nelle successive e si rimodelli in esse”.

Questa meditazione del Salmo 90 sul senso del tempo e del trascorrere inesorabile dell’età è alternativa alla mentalità diffusa nella nostra società, per cui non ci si rassegna alla perdita della giovinezza e si vorrebbe conservare intatta un’immagine di successo e di efficienza, mentre sfugge il dominio su se stessi. È proprio attraverso una sapienza che sappia accettare il proprio cammino verso la morte, che diventa possibile parlare di una vita che si apre verso l’eternità, e concluderla “sazio di giorni” come Giobbe (Gb 42, 17), riconciliati con la vita e le sue ferite.

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