Andrea Jori

Il tempo dell'uomo nel tempo di Dio - Giuseppe De Carlo

Il tempo dell’uomo nel tempo di Dio

di Giuseppe De Carlo

Il tempo è per l’uomo la possibilità di operare e di vivere consapevolmente. Ma la percezione del tempo è molteplice, come sono molteplici le esperienze umane. L’uomo può subire passivamente lo scorrere del tempo o può anticiparlo attivamente.

La Bibbia ebraico-cristiana presenta una concezione del tempo che manifesta l’intreccio dell’operare di Dio e dell’operare dell’uomo. Se è vero che Dio è fuori del tempo, per lui «mille anni sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte» (Sal 90,4), è vero anche che per amore del suo popolo si è inserito nel ritmo della storia umana. Così il tempo di Dio e il tempo dell’uomo si intrecciano, come si intreccia il loro operare.

La diversa possibilità di porsi di fronte al tempo è ciò che distanzia Dio dall’uomo, il Creatore dalla creatura. Dio ha possibilità infinite, l’uomo possibilità finite. Dio ha operato nel passato, opera nel presente e opererà nel futuro. Il tempo dell’operare di Dio in ebraico è detto ‘ôlām (עוֺלָם), il cui significato fondamentale è quello di “tempo lontano o lontanissimo”, sia in riferimento al passato, il “tempo antico o antichissimo”, sia in riferimento al futuro, “il tempo che verrà”.

Il significato più attestato perciò è quello di “tempo perenne, per sempre, sempre”. Generalmente in italiano si traduce, “tempo eterno, eternità”, ma occorre notare che in ebraico conserva sempre il significato di durata, non avendo il valore filosofico che ha ricevuto nella cultura greco-occidentale.

L’operare di Dio nel passato, presente e futuro non si dissolve nello scorrere del tempo ma permane stabilmente, perché Dio ha la possibilità, in quanto Creatore e Provvidente, di afferrare la totalità del tempo. Possibilità che non ha l’uomo. O meglio, possibilità che l’uomo ha in maniera limitata. Infatti, l’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, ha ricevuto in dono di partecipare alle possibilità del tempo di Dio: infatti, Dio «ha posto nel suo cuore la durata dei tempi (‘ôlām), senza però che gli uomini possano trovare la ragione di ciò che Dio compie dal principio alla fine» (Qo 3,11). Cioè, la creatura partecipa parzialmente delle possibilità del Creatore.

Tuttavia, la possibilità di partecipare del tempo di Dio (‘ôlām) permette all’uomo di dare una prospettiva al proprio tempo. Il tempo dell’uomo è quantitativo e qualitativo, resi rispettivamente nella lingua ebraica con i termini zeman e ‘et e in greco con chrónos e kairós. L’uomo vive il tempo come lo scorrere inesorabile dei giorni dei mesi e degli anni e come momenti che qualificano le proprie azioni e le proprie scelte. Se lo scorrere del tempo fa fare all’uomo esperienza della propria impotenza, la consapevolezza di poter fare le azioni giuste al momento giusto gli dà la sensazione di poter imprimere al tempo che vive la direzione desiderata. Così l’uomo vive costantemente il difficile equilibrio tra il sentirsi attore protagonista della propria storia e il percepirsi vittima di un destino che inesorabilmente lo travolge con lo scorrere del tempo.

Anche la Bibbia mostra l’uomo alla ricerca di un significato permanente per le sue azioni e per la sua vita. La religiosità popolare gli dà risposte semplicistiche: fa’ il bene e non potrà accaderti mai nulla di male. L’esperienza quotidiana smentisce in maniera lampante una simile conclusione. In realtà, pare che a stare meglio siano proprio quelli che pensano solo a se stessi e fanno del male il proprio programma di vita. Di fronte ad una esperienza simile sembra che la conclusione inevitabile debba essere quella del saggio Qohelet: «Vanità delle vanità, tutto è vanità! Quale guadagno viene all’uomo per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole?» (Qo 1,2-3).

Ma la Bibbia dice anche che Dio interviene nella storia umana, così che essa non è solo frutto delle scelte umane, ma anche della misteriosa regia di Dio. Dio e l’uomo operano, ma, se apparentemente la storia procede secondo la qualità delle azioni umane, in realtà è l’azione di Dio ad imprimerle la direzione determinante. La storia di Giuseppe, nel libro della Genesi, è illuminante a questo riguardo. L’“ingiustizia” dell’affetto privilegiato del padre Giacobbe e l’odio dell’invidia dei fratelli innescano una faida malvagia. Ma quella che sembra una storia prettamente umana, nel testo sacro riceve il sigillo dell’affermazione che Dio era misteriosamente all’opera là dove sembrava operare unicamente il peccato umano. Né i protagonisti della vicenda né il lettore sospettano che ci sia un disegno misterioso. Quando la vicenda ha raggiunto il suo punto più alto e i fratelli sono posti di fronte alle loro responsabilità e sono sotto la pressione della paura, Giuseppe rivela la regia misteriosa: «Se voi avevate tramato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso» (Gen 50,20).

Ancora una volta però potremmo concludere che l’uomo non può essere padrone dell’efficacia delle sue azioni nel tempo, se è poi Dio in ultima analisi a orientare la storia. Il saggio Qohelet non vuol concludere in maniera così pessimistica la sua disamina sul mistero del tempo. Per lui, l’uomo dispiega la sua esistenza nello scorrere del tempo quantitativo, e in questo tempo è chiamato a saper approfittare delle occasioni che gli vengono offerte per compiere le scelte giuste. Perché le cose non sono belle, cioè significative e consistenti, in assoluto, ma Dio «ha fatto bella ogni cosa a suo tempo», nel suo tempo opportuno. Ma perché l’uomo possa fare ciò Dio l’ha fatto partecipe della sua nozione di tempo totale (‘ôlām). Ora è il tempo totale (‘ôlām) a rendere significative e stabili ogni azione umana. L’uomo agisce nel presente, ponendo il fondamento del suo futuro, senza per questo disperdersi nel passato, perché la consistenza e la permanenza del tutto è assicurata dalla padronanza di Dio della totalità del tempo (‘ôlām).

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