Andrea Jori

Infinitamente futuro - Stefania Provinciali

Infinitamente futuro

Stefania Provinciali

Da Mr.Qualunque alla Venere del Botticelli: Andrea Jori si ripresenta sulla scena contemporanea con un nuovo episodio del proprio fare scultoreo che si svolge in parallelo, ideale e formale, alla grande mostra allestita a Reggio Emilia dedicata al ciclo della vita. Già rivelatosi scultore dai richiami universali alla storia dell’arte, Jori prosegue la propria indagine nell’essenza della materia e dello spirito, utilizzando forma tridimensionale e concetti. Alcuni in particolare, ma non sono i soli, possono essere presi a riferimento per guardare con occhio rinnovato quel delinearsi di trame composite che fanno della terracotta, in particolare la terracotta metavetrata, un materiale unico fra le sue mani, per entrare in un percorso di vita interiore e, dunque, in un’idea di tempo e di bellezza che si erge come icona di un soffio fecondatore.

Il tempo come sequenza di punti cronologici è rifiutato dal filosofo Henri Louis Bergson sostituito da una concezione del tempo come durata, ovvero perenne e simultanea convergenza, nella scienza e nella memoria, di presente e passato. Si compone così un primo interrogativo attorno all’esperienza dell’uomo, sul significato dell’agire e del tempo che scorre, inteso sia come infinitamente remoto che come presente.

Ma la ricerca di Jori, si volge più in là, dentro il tempo inteso anche come infinitamente futuro. La stessa forma compositiva dei suoi gruppi scultorei, guarda alla duplicità dei significati nella rappresentazione della Ruota Cosmica iscritta nel quadrato dove il quadrato è il simbolo della Terra e il cerchio (o la sfera) il simbolo del Cielo. In questo contesto si realizza quella simbiosi, visiva ed ideale, che induce lo spettatore ad entrare nei significati di una forma pur sempre leggibile ma interpretabile attraverso una più complessa conoscenza. È come se la mano dell’artistaartefice scavasse nella materia per cercarne l’essenza, per ricomporla poi in una espressione armonica dove ogni dualismo acquisisce un significato di opposto e contemporaneamente di necessario; di negativo che si contrappone al positivo e solo per questo può esistere. Nella ricerca di un comune denominatore si contrappongono materia e spirito, vita e morte, in una forma che si rinnova nello scorrere del tempo.

Il senso del tempo torna così a pulsare inafferrabile nella fruizione dell’opera d’arte, partecipando dell'intera esperienza estetica collocata dentro un perimetro, teso a racchiudere l’installazione e dove una scritta, senza interruzioni, riporta un brano del noto poema biblico Qohelet (3,1-13) sulla complessità del tempo in relazione alla crisi d’identità umana.

La composizione scultorea La Nascita di Venere, prende spunto dal fascinoso quadro di Sandro Botticelli. In questo contesto si fa memoria della bellezza e, in primo luogo, icona dell’origine, della genesi del mondo ed espressione del mito pagano della nascita della dea dall’acqua del mare e di quello cristiano della nascita dell’anima dall’acqua rigeneratrice del battesimo. Zefiro ed Ora altro non sono che personificazioni dei principi di fisicità e spiritualità, poli al centro dei quali Venere si pone quale emblema dell’equilibrio tra mondi opposti. Nell’unione dei contrari rappresentato dalla dea, si celebra pertanto l’essenziale complementarietà, nella vita e nell’amore, di esperienza e trascendenza oltre la quotidiana realtà sensibile.

Corrispondenze diverse che portano Jori a scavare nella voce cristiana senza però tralasciare alcuni principi neoplatonici, a guardare la nudità di Venere quale bellezza disadorna ed essenziale fino a cercare l’uomo che si afferma nel pensiero illuminista.

L’installazione nel suo complesso pare allora dar spazio ad una univoca, ideale interpretazione aperta agli eletti. In realtà ogni opera vive comunque autonomamente, trova nelle trame della materia composta e illuminata dal metavetrato, nelle pieghe più intime della composizione, fra insenature scavate e forme piene, una propria ragione d’essere che sollecita lo sguardo e la sensibilità dello spettatore.

C’è un sottile velo di ironica allusione al bello, di desiderio di appropriarsi del tempo perché esso scorre per ciascuno di noi e per la stessa opera e il velo della polvere pare destinato a coprire ogni cosa, ogni idolo da Dioniso, a La grande madre, a Transizione fino al centro della composizione dove, in una struttura quadrata, si erge l’Uomo ermetico. Meditando sull’antico scritto sapienziale di Qohelet, le sculture di Olam sembrano trascinarci così verso il dubbio di un tempo e di una bellezza effimeri.

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