Andrea Jori

Olam premessa

Olam

Questa installazione multimediale affronta il tema del ciclo della vita sotto il profilo metafisico-temporale e multimediale. Ci si interroga sul significato profondo della parola tempo inteso sia come infinitamente remoto che infinitamente futuro, meditando il senso etimologico dell’antica espressione ebraica olam. La forma compositiva di questi gruppi scultorei complementari e simmetrici tra di loro rappresenta simbolicamente una sorta di Ruota cosmica, all’interno della quale tutte le componenti strutturali sono in totale simbiosi, collegate da un perenne, forse illusorio, movimento armonioso. L’artista con la complicità dell’osservatore tenta di ricomporre, di dare un senso, anche con un pizzico d’ironia, alla molteplicità caotica della materia, di trovare un comune denominatore ad alcuni dei principali dualismi della nostra esistenza: materia e spirito, vita e morte, razionalità ed inconscio, mondo adulto e mondo mitico dell’infanzia. All’interno di un cerchio astratto sono posizionate, in dialogo tra loro, quattro composizioni tridimensionali che si riferiscono alle essenze primordiali: aria, terra, acqua e fuoco più al centro la fiamma flebile della quinta essenza che sovrasta l’uomo vitruviano, l’Homo ad quadratum et ad circulum dell’Umanesimo, creato libero di scegliere il suo destino. Egli è, in quanto microcosmo, specchio e misura del macrocosmo. La monumentale testa in terracotta incarna l’essere che è propriamente umano in quanto ha coscienza di sé in relazione ai suoi simili e al mondo che lo circonda, essa è posta all’interno di una piramide di ferro la cui parte superiore (in terracotta colorata e metavetrata) è simbolo di ricomposizione e di unione, di scoperta di quella unicità che si cela dentro la complessa semantica del mondo esteriore. L’uomo che definiremo ermetico, artefice di una palingenesi interiore, è lontano dall’ insipienza di Mr Qualunque, il personaggio da fumetto arroccato in sé stesso avulso dal mondo che fu l’incipit delle precedenti installazioni di Jori: Metamorfosi e Cosmogonia.

Dietro ai quattro gruppi scultorei, immagini archetipe del ciclo della vita (nascita, morte, infanzia, maturità), poste equidistanti lungo la linea immaginaria del cerchio-ruota, sono collocati altrettanti pannelli in legno creati a bassorilievo dipinto (psicocosmogrammmi) che risultano complementari all’opera che hanno allineata di fronte. Sia dal punto di vista concettuale ed estetico sia prospettico. Le basi lignee costituiscono un corpo unico con le sculture amplificando nello spazio linee e colori impressi nella terracotta. Lungo tutto il perimetro di queste strutture scorre una scritta, senza interruzioni, che riporta un brano del celebre poema biblico Qohelet (3,1-13) sul mistero del tempo in rapporto alla crisi esistenziale umana. I gruppi plastici Nascita di Venere e Dioniso sono collocati nello spazio speculari rispettivamente a Transizione e Grande madre: la vita si rapporta alla morte e la memoria affettiva con il baratro dell’inconscio. Intenzionalmente si è cercato di completare l’insieme con il contributo del musicista Matteo Bigi, autore di raffinate musiche elettroniche elaborate al computer cariche di pathos e dalle sonorità essenziali.

La Nascita di Venere: è la citazione del noto quadro di Sandro Botticelli, rappresenta l’icona della donna primigenia che è manifestazione dell’unione della natura celeste e terrestre, dell’amore divino e profano e, secondo il culto cristiano, della rinascita dell’anima purificata dal battesimo. Zefiro, che emana un soffio fecondatore (riconducibile a quello del Dio cristiano), è unito intimamente alla ninfa Clori, che simboleggia, all’interno del suo corpo, la concretezza delle idee. A destra, nella parte bassa della composizione, c’è la ninfa Ora, assorta in meditazione, che ci ammaestra e ci conduce nel ciclo temporale che determina il cambiamento delle stagioni e i relativi antichi riti pagani, sempre in equilibrio tra il piacere carnale e l’ascesi spirituale. Sopra la testa porta un curioso cappello con le tese che contrasta con la classicità dell’insieme, chiara allusione ironica ai limiti della seriosità e vanità umane. Alla base della struttura c’è un disco azzurro simbolo dell’acqua.

Transizione: mostra l’uomo spoglio di ogni orpello che si appresta ad attraversare la soglia ultima di questa vita senza difesa alcuna. Nudo, inerme con una lama di luce che esce dalla testa (simbolo della riflessione filosofica) con la serenità di chi è stato instancabile ricercatore del significato della vita terrena. Ai suoi piedi un panno, forse abbandonato, con ancora le tracce di un corpo appena scomparso. Sembra di intuire vicino un’ombra misteriosa che si allontana fugace nella quale ognuno di noi può immaginare un affetto perduto. Alla base della struttura c’è un semicerchio verde simbolo dell’aria.

La grande madre: rappresenta il mito dell’infanzia e la memoria dell’innocenza perduta. L’immagine catalizza e rende tangibile la nostalgia (dalle parole greche ritorno e dolore) di un evento trascorso che vorremmo rivivere annullando il dualismo spazio temporale del divenire, il conflitto tra la nostra dimensione interiore e il mondo sensibile esterno, sognando un utopistico ritorno alla condizione simbiotica all’interno del grembo materno. Alla base della struttura c’è un quadrato giallo simbolo della terra.

Dioniso: incarna il mondo irrazionale, inconscio, le nostre pulsioni profonde che spesso non riusciamo a comprendere e quindi a dirigere con la logica della ragione. Questo essere non ha un volto definito. Egli rappresenta la forza originaria creatrice e i suoi lineamenti somigliano al fluire informe di un magma incandescente che è energia allo stato puro. Alla base della struttura c’è un triangolo rosso, simbolo del fuoco.

Alla fine di questo percorso espositivo, riflettendo sul millenario monito biblico di Qhoelet, le effimere sculture di Olam sembrano interrogarci senza compromessi: tutta la vita è vanità, siamo solo cacciatori di vento, solo Dio da senso al nostro tempo?

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