Titolo??
di Luca Odini
Ricordo un pomeriggio, poco tempo fa, mi trovavo a passare per caso nella bottega di Andrea; scambiammo quattro chiacchiere in libertà. Non si può dire che siamo intimi amici, ma dopo quel pomeriggio, credo, ci siamo ritrovati più vicini. Mi raccontava delle sue opere e io raccontavo dei miei studi e dei miei interessi. Eravamo affini nella sensibilità ma diversi per i risvolti pratici che le nostre vite hanno preso. In fin dei conti chi si occupa di filosofia non dovrebbe far altro che cercare incessantemente, cocciutamente e a volte in solitudine un sentiero verso un sapere che possa illuminare l’uomo. L’artista allo stesso modo, non cerca di far altro che rimandare visivamente, matericamente e metaforicamente a quello stesso sentiero che il filosofo, o forse sarebbe meglio dire l’uomo si sforza di percorre. I nostri dialoghi sono caduti su ciò che artista e filosofo cercano di rendere seppur con strumenti diversi: l’icona, l’eikon, l’immagine di qualcos’altro che non riusciamo a dire, definire e identificare se non attraverso la metafora.
Ancora un caso: questa mostra e questo catalogo che ha come tema il ciclo della vita. Vorrei brevemente soffermarmi proprio su tre elementi per cercare di capire, insieme al lettore e a chi osserva le opere di Andrea, quale possa essere il significato profondo che emerge: dialogo, icona, ciclo della vita.
Il dialogo, nel quale siamo immersi, dal quale tutti partiamo, che sia con noi stessi, con un amico immaginario, reale, o con sconosciuti, è una parte fondamentale, oserei dire essenziale e ontologica del nostro essere. Senza questa componente dialogica, intesa in senso lato, la nostra esperienza umana ed esistenziale sarebbe molto probabilmente priva di riconoscimento, chiusa nella gabbia dell’impossibilità di dire, comunicare, fare, essere.
Per questo insisto nel dire che il dialogo ci è ontologicamente essenziale per essere veramente uomini: imparare ad essere uomini significa dunque imparare a dialogare e viceversa. Pena: l’assoluta inconsistenza.
Certo ci pare scontato dialogare: una cosa su cui è completamente inutile fermarsi a riflettere. Non è questa la sede per chiarire modalità, tipi e implicazioni del dialogo; quello che mi sta a cuore in questo caso, è far notare che dialogo significa alla fin fine riconoscendosi riconoscere l’altro. La funzione quindi dell’altro, in senso generale, è quella di farci uscire da noi stessi e proprio per questo permetterci di riconoscerci e di rientrare alla fine in noi stessi arricchiti. Questa dinamica, se può sembrare banale, ad una riflessione più approfondita emergerà complicatissima. Significa che il mio io entra in comunicazione, attraverso un canale logico, formale o emozionale, con un’alterità che in qualche modo mi spodesta dal mio egoismo mi fa riconoscere l’altro attraverso il quale io alla fin fine posso tornare a riconoscere me stesso.
Husserl chiama questo guadagno «Nullpunkt», «punto zero», come un luogo ideale in cui converge la dimensione spazio temporale del mio essere e che ha, in tal senso, non solo il valore negativo del limite (il mio essere corporeo) ma l’inestimabile pregio di aprirci alla dimensione prospettica del nostro essere.
Questo può farci passare a quel secondo punto cui accennavo: l’eikon. Mi perdoni il lettore già addentro a problematiche di questo tipo ma non posso evitare di ricordare che la traduzione del termine greco eikon (icona) può coincidere con il nostro termine molto più comune di «immagine». Pensate alla polivalenza che questo termine assume nel nostro linguaggio: vi è un’immagine (o visione) del mondo «Weltanschauung», su cui da secoli si confrontano filosofi, teologi e poeti; i medici parlano di una «diagnostica per immagini», i fisici e gli scienziati ci danno modelli (immagini) del mondo, fisico e matematico, i sociologi fanno lo stesso nell’ambito del sociale, si potrebbe continuare all’infinito!
In fin dei conti, l’idea che mi sono fatto dell’uomo contemporaneo mi pare possa tranquillamente avvicinarsi a quella felice espressione di Marcuse di «uomo ad una dimensione».
Dal punto di vista teoretico la causa di tutto ciò, mi pare debba essere imputata all’esaurirsi di un fraintendimento del paradigma scientifico del quale ci siamo un po’ tutti innamorati e inebriati. Vizio tipico del nostro tempo e della nostra cultura è proprio quello di voler possedere o individuare «scientificamente» per l’appunto la verità, di volerla possedere. Non siamo stati abbastanza accorti nel limitare (dal punto di vista conoscitivo) il paradigma scientifico al campo ristretto che gli è proprio e da ciò, è nato il fraintendimento che potesse valere come categoria universale. Non sfuggirà che tutto ciò rispondeva ad un’esigenza intrinseca dell’uomo di voler conoscere e in qualche modo dominare la realtà, ma in tutto ciò l’errore è stato nel pretendere di assolutizzare una risposta che per statuto stesso è parziale e applicabile alla mera contingenza fattuale. Parole molto complicate che possono essere anche banalmente riassunte così: mentre cercavamo di acquistare un dolce ci siamo ritrovati in una macelleria a chiedere al macellaio che ci desse una torta. In questo grande fraintendimento e confusione di ruoli, chi ha avuto il danno maggiore è stato l’uomo stesso! Nello sforzarci di dare risposte assolute, non ci siamo accorti che siamo diventati noi l’eikon di noi stessi, non dialoghiamo più, ci siamo ritrovati all’interno di un immenso solipsismo.
Da qui la necessità della riscoperta della nostra dimensione prospettica, di una dimensione altra a cui siamo orientati, a cui il nostro essere tende, di cui possiamo essere portatori ma che non potremo mai esaurire, definire o possedere totalmente. Quel punto zero a cui accennavo prima è proprio quel momento particolare, coscienziale potremmo dire, che ci dischiude la dimensione dell’alterità e dell’orientamento prospettico a cui tendiamo in cui l’altro diventa elemento fondamentale per coglierci come tali. Tutto ciò non deve essere visto solamente dal punto di vista meramente speculativo o ideale ma investe in pieno tutti il nostro essere, dimensione erotica compresa.
L’aspetto che possiamo ampiamente cogliere come suggerimento e insegnamento dalle opere di Andrea, per noi stessi e per riuscire ad interpretare il senso della vita e dei suoi cicli, va forse proprio in questo senso: nella riappropriazione del corpo non all’interno del dualismo di cui sembriamo essere un po’ tutti vittime ma come un orizzonte noetico unitario che dischiuda prospettive di senso ultimativo. Anche il tempo sembra allora prendere un significato diverso, altro, come la nostra stessa vita e le età che l’attraversano. Ciò che percepiamo e riusciamo ad identificare a livello coscienziale è il nostro essere qui, ora, partendo da quel famoso punto zero individuato in precedenza, e solo individuandolo come un momento che è ma che allo stesso tempo è già passato e dischiude ad un non ancora prospettico potremmo leggere la nostra vita come apertura sull’essere, come una tensione verso un senso ultimativo, che ci toglie dall’angoscia del nulla eterno. «La barca del trapasso» di Andrea sembra significare perfettamente tutto ciò, un’esperienza corporea che contiene un significato altro, che ci è nascosto, che va cercato e che allo stesso tempo ci orienta e ci conduce verso un’altra dimensione, conosciuta perché Cristo è il timoniere che la orienta ma ancora ignota per le nostre capacità limitate.
Allo stesso modo è affascinante come Andrea, nelle sue opere, cerchi di rappresentare iconograficamente la verità: questo fascio verticale che ci colpisce, ci penetra fino ad entrare nelle viscere del nostro essere e quasi ci uccide, per farci diventare portatori di un senso nuovo. Il passare del tempo, la nascita e l’evoluzione dell’esperienza umana, prende senso proprio se siamo capaci di riappropriarci di questo orientamento ultimativo, di questo significato trascendente che ci folgora nel presente ma che ha segnato la nostra storia e segnerà il dischiudersi del nostro futuro.
Vorrei concludere citando un professore verso cui va un grande debito di riconoscenza per l’esempio dato nelle aule universitarie nell’approfondimento di questi temi, V. Melchiorre: «Sapersi come persona dell’essere comporta infatti che il proprio spazio prospettico sia sempre disposto all’ulteriorità e che le sue totalizzazioni siano date nella consapevolezza del provvisorio: chi rappresenta sta in luogo di chi è rappresentato, ma solo finché questi non venga, e il rappresentare non è che un dis-porre affinché l’altro possa venire o perché l’altro non venga dimenticato nella sua assenza» con l’auspicio che sempre più persone possano, come Andrea, continuare ad indicarci con la loro opera il nostro comune destino verso l’Altro.
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